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E'
una
storia che comincia con un nonno "grande agricoltore",
un papà che sceglie l'industria e un figlio-nipote, Fabio Mario
Berna, 28 anni, che, saltando una generazione raccoglie il
testimone, diventa perito agrario e torna alla terra.
In
questo percorso c'è anche la Fagiolina del Lago, un
piccolo legume che ora fa bella mostra di se fra i Presidi di
Slow Food: un prodotto locale da salvare dall'estinzione, da
rivalutare per il suo gusto e per mantenere quanta più
possibile diversità genetica.
Oggi
e uno dei punti di forza della sua attività integrata
nell'Agriturismo Melagrani situata in una zona collinare attorno
al Lago Trasimeno, al confine tra Umbria e Toscana. Di
quà la provincia di Perugia, di là quella di Siena.
"Ho
trovato dei barattoli di semi nel magazzino - racconta Berna -
appartenevano a mio nonno, che cinquant'anni fa coltivava ancora
per uso domestico. Ho provato a seminarli, ma erano ormai troppo
vecchi: non ne e venuto fuori niente." Berna dovrà
aspettare un incontro quasi casuale all'isola Polvese con
persone della facoltà di Agraria di Perugia per trovare due
sacchetti di semi e iniziare la sperimentazione.
"Ci
ho lavorato cinque anni senza prenderci una lira, - racconta -
perché prima di poter commercializzare il prodotto ho dovuto
risolvere una serie di problemi: la selezione della qualità, la
lavorazione in campo, la lavorazione dopo la raccolta ecc. Adesso,
quando va tutto bene, sull'ettaro che coltivo a fagiolina ne
raccolgo 5 quintali.
Ma
perché è cessata la produzione di una varietà di fagiolo che,
all'assaggio, rivela un gusto cosi particolare da dare lo stacco
allo standard del borlotto o del cannellino?
Berna
racconta che la spiegazione la si trova in un mix di fattori
produttivi tecnologici e sociali. Dalle catene commerciali è
scomparsa perché borlotto e cannellino erano più produttivi,
per la selezione spinta cui erano sottoposti, e si prestavano
maggiormente alla meccanizzazione della produzione. Ha però
mantenuto delle aree di resistenza come produzione ad uso della
grande famiglia contadina. Scomparsa la grande famiglia
contadina è scomparsa anche la fagiolina, o quasi.
La
fagiolina si semina ad aprile.
A
meta giugno si inizia la raccolta che continua fino a novembre,
salvo brinate d'anticipo.
Da
giugno, sulla pianta sono presenti contemporaneamente fiore,
baccello fresco e baccello maturo.
Questa
caratteristica ne fa la forza per il consumo familiare o locale,
attraverso la raccolta manuale: disponibilità del prodotto
nella forma fresca (i baccelli prematuri che si consumano come i
fagiolini) e secca per un lungo periodo dell'anno. (Ma i vecchi,
racconta Berna, di Fagiolina, proprio per questo, non vogliono
nemmeno Sentir parlare: la mangiavano quasi ogni giorno da
giugno a ottobre!).
La
maturazione scalare è però anche la sua debolezza per la
produzione commerciale: non e possibile farne una raccolta
meccanizzata.
Io
ho cercato di trovare mediazione spiega Berna da giugno ad
agosto raccolgo a mano.
Poi,
a fine agosto passo nel campo con la trebbiatrice e raccolgo
tutto.
Ma
non, si può avviare una selezione che porti a piante che
maturano contemporaneamente, come il borlotto e il cannellino?
Berna
mi lascia per un momento e ritorna con due sacchetti di
Fagiolina.
In
uno ci sono semi di una varietà straordinaria di colori, dal
bianco al nero, con l'occhio piccino e l'occhio grande.
Nell'altra sono tutti bianchi e con occhio piccino.
Nel
primo sacchetto, spiega Berna, c'è quello che io raccolgo sul
campo.
Questa
pianta, il nome scientifico è Vigna unguicolata,
esprime, ancora una grande varietà, probabilmente perché non e
mai stata selezionata in modo spinto da quando e arrivata in
Italia proveniente dall'Asia e dall'Africa, ancora al tempo
degli Etruschi.
Berna
tira fuori dal mucchietto un fagiolo con "occhio"
grosso e scuro. E' probabile - dice - che il fagiolo che oggi
conosciamo come fagiolo dell'occhio (Vigna sinensis), e
che si coltiva nelle vicine colline senesi, sia il frutto di una
selezione partita da questa varietà del Vigna unguicolata.
Uno
scrigno di diversità.
I
semi che si trovano nel secondo sacchetto, quelli tutti uguali,
sono il frutto di una selezione, non genetica ma elettronica.
Il
raccolto, infatti, viene fatto passare per una macchina dotata
di lettore elettronico tarato in modo da separare i semi bianchi
dal resto. I
primi verranno commercializzati in sacchetti da mezzo chilo, gli
altri verranno usati per la semina dell'anno successivo.
La
scelta di effettuare questa selezione e di commercializzare solo
i "semi bianchi" Berna l'ha fatta dopo una serie di
prove.
Il
gusto del prodotto non selezionato mi è sembrato troppo forte,
con marcature che potevano non essere gradite. Poi ho verificato
che anche l'aspetto aveva un peso, tant'e che quasi tutti quando
mi chiedono se ho la fagiolina, precisano: "Quella
bianca, eh?!"
Ma
torniamo alla questione della selezione. Il problema si, pone
anche per la difesa. Per ora, fin che sarà consentito dai
disciplinari bio, vengono fatti due trattamenti contro il virus
che attacca la pianta. Si
potrebbe fare una ricerca per selezionare i semi esenti da
virus. Però, forse è meglio continuare cosi per mantenere la
diversità genetica, tanto più che l'incidenza della malattia
non e disastrosa. Lo stesso vale per la selezione di una
varietà a maturazione simultanea che consentirebbe una
Produzione più grande e meccanizzata.
Insomma,
in quel sacchetto di semi colorati è racchiusa una ricchezza di
diversità non confinata nelle banche dei seme ma che vive e
rinasce ogni anno che Berna, e gli altri 6-7 produttori del
comune di Castiglione del Lago, la mettono nella terra, la
curano, la raccolgono e la rendono disponibile per il nostro
palato.
Tutto
questo naturalmente ha un costo.
Lavorazioni
in parte manuali, basse rese, conservazione della diversità,
peculiarità del gusto. In più, nel caso di Berna, i metodi
dell'agricoltura biologica.
Quando
si pagano i 15 Euro lire al chilo - questo è il prezzo a cui
viene venduta la fagiolina ai "Melograni" - dentro c'e
tutto questo. E i parametri per dire se è poco o è tanto non
possono essere il confronto con i borlotti o i cannellini
acquistati al supermercato.
Lasciando
l'azienda, chiedo a questo giovane di 28 anni che è tornato
alla terra se ce la fa a campare con il suo lavoro.
La
risposta è un si condizionato, mettendo insieme, l'attività
agrituristica nei tre appartamenti Il Melagrano, Il
Susino, Il Mandorlo con la vendita, tutta in azienda,
di olio, ortaggi, frutta, cereali e, naturalmente, la fagiolina.
Ma
deve fare molta attenzione ai costi, soprattutto.del lavoro,
"e non senza l'aiuto della mia famiglia", genitori e
una sorella laureata con una tesi in agricoltura biologica.
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Nella
foto: Fabio
Mario Berna e, dietro, Giordano Maino, un altro
agricoltore della zona che coltiva la fagiolina. |
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